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Living Layers


Mark Jenkins







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Info

Opening: Saturday 17th March 2012 – 6.30pm.

Art critique by: Elena Giulia Rossi

Address: via Gabrio Serbelloni 124, Roma.
Show dates: from 17th March to 26th April 2011.
Opening hours: wednesdays to saturdays from 5pm to 8pm.
Or by appointment at +39-3498112973 or +39-3280910829.


Art works

Collectors can contact wunderkammern@wunderkammern.net or call +39-3498112973


Living Layers

Il 17 Marzo 2012, Wunderkammern presenta la prima personale italiana del famoso urban artist americano Mark Jenkins con il progetto Living Layers in collaborazione con il MACRO (Museo d'Arte Contemporanea Roma).

Living Layers nasce dall’esigenza di entrare nelle profondità del territorio e leggerne il patrimonio immateriale, il Living Heritage (UNESCO, 2003) con le pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e saperi che la comunità riconosce come facenti parte del proprio patrimonio culturale.

A partire dal mese di Febbraio 2012 l'artista Mark Jenkins lavorerà a Roma interpretando i Living Layers attraverso un intervento artistico innovativo, capace di far maturare una consapevolezza nei riguardi dell’arte contemporanea e della sua capacità di interpretare la realtà e il mondo attuale. Il risultato della sua ricerca sarà presentato alla galleria Wunderkammern il 17 Marzo 2012 alle 19.00.

Intento dell’artista è quello di attivare attraverso il suo lavoro una reazione estranea ai modi convenzionali e all’uniformità dei comportamenti, inedita e personale dal punto di vista tanto percettivo quanto emotivo. Sceneggiature urbane per interpretare il patrimonio culturale intangibile di Roma. Installazioni temporanee con un effetto di sorpresa e meraviglia.

Nato nel 1970 a Washington DC, Mark Jenkins è noto a livello internazionale per le sue sculture definite dalla critica iper-reali che hanno letteralmente popolato le città di tutto il mondo. Una teatralità urbana che colpisce nell’intimità il passante. Sculture poste in situazioni e posizioni inusuali e inserite nello spazio di vita quotidiano, le sue opere creano un paesaggio surreale ed enigmatico, tanto verosimile quanto ambiguo. Il suo lavoro è stato esposto da New York a Barcellona, da Tokyo a Mosca e seguito da Carmichael Gallery (Los Angeles) e da Lazarides Gallery (Londra). Ha collaborato con Greenpeace nel 2008 e ha curato il festival Les Grandes Traversees a Bordeaux nel 2010.

Durante l'opening della mostra Living Layers verrà presentato a Wunderkammern il suo primo catalogo, "The Urban Theater", che l'artista firmerà personalmente.

Living Layers è un progetto pluriennale a cura di Wunderkammern che intende attivare letture del territorio e del suo Living Heritage attraverso l’arte contemporanea. Iniziato nel 2010 in collaborazione con il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, con i giovani Alexander Hamilton Auriema e Valentina Vetturi coordinati da Cesare Pietroiusti, Living Layers coinvolge artisti provenienti da ambiti di ricerca diversificati, proponendo interazioni trasversali e sempre inedite con lo spazio urbano.




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Living Layers

On 17th of March Wunderkammern will present the first Italian solo show by the famous American urban artist Mark Jenkins, with the project Living Layers in collaboration with MACRO (Museo d'Arte Contemporanea Roma).

Living Layers sets off from the need to explore the depth of the territory and to read its cultural heritage, it Living Heritage ( UNESCO 2003) composed of those practices, representations, expressions, learning and knowledge that the community recognises as part of its own living cultural heritage.

Starting in February 2012, the artist Mark Jenkins will work in Rome interpreting Living Layers through his innovative artistic interventions that will create a mature consciousness towards contemporary art and the capacity to interpret reality and the current world. The result of his research will be presented in Wunderkammern Gallery on the 17th of March at 7.00 p.m.

Through his work, the artist means to trigger a reaction which is foreign to the conventional actions and uniformity of common behaviour, which is unfamiliar yet personal, both from a perceptual and emotional point of view. Urban theatrical sets to interpret the Living cultural Heritage of Rome. Temporary installations with a bewilderment and surprising effect.

Born in 1970 in Washington DC, Mark Jenkins is internationally known for his unearthly sculptures which have peopled cities throughout the world. An urban stage which hits the passer-by. Sculptures placed in uncommon situations and positions, embedded into the space of everyday life create a surreal and enigmatic landscape. His work has been exhibited from New York to Barcelona, from Tokyo to Moscow, and shown by the Carmichael Gallery (Los Angeles) and Lazarides Gallery (London). He collaborated with Greenpeace in 2008 and curated the festival Les Grandes Traversees in Bordeaux in 2010.

During the opening at Wunderkammern, his first catalogue “ The Urban Theatre “ will be presented and it will be signed by the artist .

Living Layers is a long-term project curated by Wunderkammern that seeks to stimulate interpretations of the territory and its Living Heritage by means of contemporary art. The Living Layers project, which began in 2010 in collaboration with the MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma - with the young artists Alexander Hamilton Auriema and Valentina Vetturi co-ordinated by Cesare Pietroiusti, involves artists stemming from differing realms of research, proposing transversal and previously un-exhibited interactions in urban public space.




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Testo critico di Elena Giulia Rossi



A chi sia capitato, in qualche città del mondo, di essersi imbattuto in situazioni surreali, complici uomini, esseri ibridi o oggetti riprodotti in scala reale, è possibile che sia stato catturato nella scena di Mark Jenkins. Noto come street artist e attivo su scala globale, a Roma è intervenuto nell’ambito di “Living Layers”, un progetto di Wunderkammern, in collaborazione con il Museo MACRO.

Avvolti con la pellicola e ricoperti di nastro adesivo, i modelli di Jenkins - uomini, donne, l’artista stesso, oggetti di varia natura - sono svuotati del loro corpo, per essere riempiti e rivestiti di materiale vario, o anche lasciati nella trasparenza del nastro adesivo, struttura ed epidermide nella loro vita di cloni, pronti per essere calati nella scena urbana dove creare situazioni e stimolare le più inaspettate reazioni.

Elementi che appartengono allo spazio prescelto - un muro, un foro, un tombino, un segnale stradale - diventano la scenografia di un teatro, e i passanti attori inconsapevoli. Un braccio fuoriesce dal foro di un muro del quartiere Tor Pignattara, noto alla zona per essere stato il perimetro di un’arena, e porge dei fiori che sembrano rendere omaggio ai passanti. Nel quartiere universitario di San Lorenzo, un uomo incappucciato riposa in un’amaca ricavata da reti utilizzate per i lavori in corso nelle vicinanze, e fissata tra un palo e un segnale stradale.

Quando poi i suoi interventi animano le zone del centro, le reazioni dei passanti rivelano l’anima della città intera, nelle sue più numerose stratificazioni, quella del turismo che la attraversa, della gente che la abita, e della politica che nella capitale trova la sua residenza. Un uomo, clone dell’artista vestito di abiti sportivi, s’inginocchia di fronte alla vetrina di una nota boutique di moda. Se pure la testa di manichino è ben visibile, la sua carica umana è inconfutabile. Alcuni passanti si fermano incuriositi, altri divertiti. L’energia entra subito in atto. Una coppia di cinesi s’impegna in un reportage fotografico, uno si fa ritrarre inginocchiato di fronte alla scultura, creando per un momento una nuova scena. Il potere invisibile che siede a pochi metri in Parlamento manifesta un cenno della sua presenza nel frequente passaggio di forze dell’ordine, mandati affinché ci si assicuri che l’oggetto estraneo rientri nella regola. Tutto questo si mescola con le reazioni tangibili dei passanti e accade nel frangente di pochi minuti. Il racconto raggiunge anche l’artista, che di quella vicinanza al potere era all’oscuro, e arriva per caso. Come è sua abitudine, infatti, tempo alcuni scatti, freme per dileguarsi e lasciare la scena alla vita urbana. Porta Portese, L’Eur, il Flaminio, e tanti altri quartieri si susseguono per diventare protagonisti di esperienze emozionali, di cui anche l’indifferenza a situazioni clamorosamente paradossali è una sintomatologia importante.

Anche gli spazi interni, nei quali spesso Jenkins interviene contestualmente alle installazioni urbane, sono sradicati della loro natura per diventare palcoscenico dove interagire ed esprimersi. Questo è quanto accade in mostra alla Wunderkammern, che ha promosso e seguito il lavoro di Jenkins con passione, e che nei suoi progetti non trascura mai il quartiere che il suolo della galleria occupa. I visitatori sono accolti in un micro - mondo di relazioni di cui loro stessi sono protagonisti e che si riallaccia a quello più ampio del tessuto urbano del quale sono parte e dove si ridistribuiranno alla fine della mostra.

La creatività di Jenkins esula quindi dall’appartenenza esclusiva a categorie o movimenti, per quanto lo spirito dello street artist sia quello più marcatamente manifesto e quello nel quale anche lui si sente a suo agio. La sua è piuttosto un’indagine sociologica che parte dall’emotività. La città, e l’improvvisa interruzione della quotidianità dei suoi abitanti, è il luogo deputato affinché questa emotività emerga in tutta la sua spontaneità. L’appropriazione del suolo pubblico, cara a molti street artists, è funzionale ad un interesse rivolto alla costruzione del suo “mondo di relazioni” dove le sculture agiscono da veicoli per interagire con l’altro, proprio come Nicolas Bourriaud descrive il ruolo degli oggetti nel linguaggio dell’ “estetica relazionale” con la quale negli anni Novanta definisce una nuova teoria della forma [1].

Quello di Jenkins è quindi un percorso emotivo che parte dall’uomo e arriva all’uomo. Quando le sue avventure sono attraversate da episodi legati alla politica o alla legge, anche questo nasce da un nesso di relazioni casuali ed esula da un’intenzionalità a priori. L’arte, la politica e la legge possono benissimo rientrare nel suo ‘teatro dell’umanità’, nel limite in cui questo gli permette di agire e di andare dove la sua creatività lo guida.

Se è la città a raccontare di sé e la politica ne è parte, allora questa emerge laddove la sua presenza fisica si impone, proprio come la White House, casa del governo americano, impone l’ordine asettico che contraddistingue la sua Washigton D.C., città natale di Jenkins che quell’ordine lo ha stravolto con discrezione molto tempo fa, in uno dei suoi primi interventi. Tanto altro da raccontare rimane custodito nella memoria della città.


[1] Nicolas Bourriaud. Relational Aesthetics, les presses du réel, 2009 (prima ediz. 1998), p. 47





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Art critique by Elena Giulia Rossi



Anyone who, somewhere in the world, has stumbled across surreal situations set-up with the complicity of life-size sculptures reproducing people, hybrid beings or objects, may have been caught up in a scene created by Mark Jenkins. Well-known as a street artist and internationally active, he has left his mark in Rome as part of the project, “Living Layers”, curated by Wunderkammern in collaboration with the MACRO Museum.

Wrapped up in plastic and covered with packing tape, Jenkins’ models - men, women, the artist himself, as well as objects of various kinds - are first gutted, then stuffed and shrouded with various materials, or even left transparent in their packing tape cocoons, mere structure and skin in their clone lives, ready to be placed in an urban setting where they will create the most unexpected situations and provoke unforeseen reactions.

The urban elements, a wall, an opening, a manhole, a street sign, form the stage of a theatre, with the passers by becoming unwitting actors. In the Torpignattara neighbourhood, an arm emerges from a hole in the wall that locals know to be the perimeter of a open-air arena, offering flowers which seem to pay homage to those passing by. In the university district of San Lorenzo, a hooded man reclines in a hammock, made with netting taken from nearby road works, which hangs between a pole and a street sign.

Then, when his works breathe life into the city centre, the reactions aroused in the people walking past reveal the soul of the entire town in its manifold layers, from the ubiquitous tourists, to the city dwellers, and the politicians who have taken up residence in the capital. A clone of the artist, a man dressed in sports clothes, kneels before the window of a famous boutique. Even though its mannequin’s head is clearly visible, the figure’s human energy is undeniable. Some passers-by stop out of curiosity, others are amused. The energy immediately takes form. A Chinese couple are busy creating a documentary film: one has his picture taken kneeling in front of the sculpture, thus momentarily creating a new scene. The invisible powers that be, sitting only a few metres away in Parliament, hint at their presence through the forces of order who frequently come and go, sent to ensure that the unfamiliar object follows the rules. And all of this blends with the tangible reactions of those walking by, and takes place in a matter of minutes. The artist, previously unaware of how close the sculpture was to the centre of government, also hears the story and happens by. As usual, in fact, after taking a few pictures, he cannot wait to disappear and abandon the scene to its city life. Porta Portese, EUR, Flaminio, and many other neighbourhoods will follow, becoming protagonists in emotional experiences where even the apparent indifference to blatantly paradoxical situations is significantly symptomatic.

Even the internal spaces, where Jenkins often intervenes at the same time as he is creating his urban installations, are robbed of their true nature, becoming a stage on which to interact and express oneself. This is what happens in the exhibition at the Wunderkammern gallery, which has passionately promoted and followed Jenkins’ work, and never neglects its local neighbourhood when setting up its projects. Visitors are welcomed into a micro-world of relationships, where they themselves are the protagonists: a world that harks back to the more extensive urban fabric of which they are an integral part and into which they will disperse at the end of the exhibition.

Jenkins’ creativity is not thus bound by exclusive affiliation to categories or movements, even if the spirit of the street artist is the one that emerges most clearly and with which he feels comfortable. His is more like a sociological investigation which starts from an emotional state. The city - and the abrupt disruption of its inhabitants’ everyday life - is the place he has chosen for this emotivity to emerge in all its spontaneity. Taking over public land, an action dear to many street artists, serves to show Jenkins’ interest in constructing a "world of relations" where the sculptures act as vehicles to interact with other people: in precisely the same way that Nicolas Bourriaud described the role of objects in the language of "relational aesthetics", with which he defined a new theory of form in the Nineties [1].

So Jenkins follows a path of emotions that begins and ends with the human being. When his adventures are crisscrossed by episodes involving politics or the law, this also stems from an interweaving of random relationships and lies outside the realm of deliberate design. Art, politics and the law can easily fall within the walls of his 'theatre of humanity', just as long as this allows him to take action and go wherever his creativity takes him.

If a city tells its own story and politics is part of that, then this emerges in those places where its physical presence predominates: in the same way that the White House, seat of American government, imposes that aseptic orderliness which typifies its host city, Washington D.C., home town to Mark Jenkins, who discreetly upset that order a long time ago, in one of his very first actions. So many more tales to tell are enshrined in the city’s memory.


[1] Nicolas Bourriaud. Relational Aesthetics, les presses du réel, 2009 (prima ediz. 1998), p. 47



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Photos of the street intervensions, the gallery artworks, the opening event, and the preparatory activities.






























































































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